LA CITTÀ DEI LADRI, David Benioff

Non so voi, ma a me è capitato molte volte di non trovare nessun titolo in grado di stuzzicare la mia curiosità, di invogliarmi a iniziare la lettura. Vago tra le librerie, spulcio cataloghi o classifiche, ma niente; è come se i libri che mi potrebbero interessare si nascondessero. Perché lo so che ci sono, solo che non li trovo.
Allora ho cominciato a fare una sorta di sondaggio sul mio profilo Instagram, chiedendo di consigliarmi delle letture, et voilà: mi sono stati proposti titoli che forse non ne sarei mai venuta a conoscenza, e La città dei ladri è uno di questi. 

IL ROMANZO  

Credo che chiunque si sia imbattuto in questo meraviglioso romanzo abbia sentito l’esigenza di considerarlo la migliore lettura -magari non di sempre- ma dell’ultimo anno per certo.
Perché La città dei ladri è questo: una storia incomparabile, ricca di emozioni, travolgente, vera; capace di farti ridere e piangere. La trama può sembrare leggera, ma bisogna ricordare che le vicende e le ambientazioni sono quella della Seconda Guerra Mondiale, riportate con dettagli autentici.

“Mio nonno uccise due tedeschi a coltellate prima di compiere diciotto anni. Nessuno, a quanto ricordo, me l’ha mai raccontato: era una cosa che mi sembrava di conoscere da sempre, così come sapevo che gli Yankees indossavano la maglia a righine in casa e quella grigia di trasferta.”

Siamo a Leningrado, 1941, inverno.
Freddo, fame, guerra, paura, propaganda e morte sono elementi ricorrenti di questo periodo, purtroppo.
Poi ci sono Lev, appena diciassettenne, e Kolja, giovane cosacco; entrambi arrestati con motivazioni severe, ma che alla fine si potrebbero considerare “ragazzate”: Lev si è appropriato di un coltello dal corpo senza vita di un paracadutista nazista, Kolja ha lasciato il suo plotone per esigenze diciamo, fisiche, perdendo il passaggio di ritorno.
Uno condannato come ladro, l’altro come disertore.
Dovrebbero essere fucilati il mattino seguente, ma il destino ha piani differenti per questi due: vengono chiamati dal colonnello in persona per adempiere a una missione estremamente importante, che se portata a termine salverà loro la vita: trovare dodici uova.

«Una dozzina» disse. «Ne basterebbero dieci, ma una potrebbe rompersi e un paio magari essere andate male».

Il matrimonio della figlia, che pattina su un lago ghiacciato mentre i tre discutono in una villa occupata, si svolgerà a breve e la moglie del colonnello vuole che avvenga nella maniera più tradizionale possibile, con cibo, rinfresco e soprattutto, con una torta nuziale. E per poterla fare servono uova.

Dunque, per riavere la loro libertà e vita salva, Lev e Kolja dovranno trovare dodici uova in una Russia devastata dalla fame e dalla guerra, con i nazisti che distruggono villaggi e arroganti cercano di avanzare verso Leningrado.

«Allora, il matrimonio è venerdì. Perfino ora, perfino in mezzo a tutto questo…» disse il colonnello, […] «… lei vuole un matrimonio vero, come si deve. […] stiamo combattendo contro i barbari  ma dobbiamo restare umani, russi. Perciò ci saranno la musica, danze e… una torta».

Un plot leggero, quasi comico grazie anche all’animo giovane dei due ragazzi, in una realtà cruda e martoriata, scritto in maniera geniale e fluente.
L’autore, David Benioff, ha fatto un lavoro di ricerca sulla Leningrado del 1941 minuzioso; come appunto dovrebbe essere per qualsiasi romanzo storico. Lo troviamo nella sezione dei ringraziamenti dove appunto cita i due libri che più lo hanno aiutato a creare quei dettagli che rendono l’ambientazione personaggio, tanto da influire sulla trama.
La scrittura di Benioff ha il potere di catturare il lettore già dalle prime righe –incipit è fenomenale-, con note di ironia ben piazzate riesce ad ammorbidire immagini dure, come solo la guerra può creare.

Ogni personaggio è ben caratterizzato, dal protagonista Lev, al ragazzo che compare per qualche riga al mercato nero di Leningrado, dove vende dolcetti-libro.

“nella colla c’erano proteine, e le proteine tenevano in vita, così i libri stavano sparendo alla velocità dei piccioni.”

Lev è giovane, la sua mentre è ancora sognatrice, forgiata dall’ambiente famigliare fondato sulla poesia e letteratura (il padre era un poeta famoso a Leningrado). In mezzo a boschi innevati, dove cadaveri congelati fungono da cartelli, lui si domanda come mai le stelle non hanno il potere di illuminare come il sole.
Kolja ha un carattere particolare, positivo con una lingua sempre pronta a rispondere, non temendo le conseguenze, anzi, è l’adrenalina di quei momenti a tenerlo in vita.

«Qual è la seconda cosa che hai chiesto?»
«Eh?»
«Hai detto che, se vinco io, per prima cosa ci libera. Allora, qual è la seconda cosa?»
Lui mi scrutò corrugando la fronte: gli sembrava incredibile che non ci fossi arrivato da solo.
«Una dozzina di uova. Ovvio, no?»

D

La città dei ladri, edito Neri Pozza, collana Beat Edizioni

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